Il teorema dei rifiuti in Campania

Sabato 13 ottobre si svolge ad Acerra [Napoli] una manifestazione nazionale contro gli inceneritori e il piano rifiuti campano. Proprio qui è stata appena terminata la costruzione di un megainceneritore, il più grande d’Europa, di cui è prossima l’apertura. Alla manifestazione sarà presente anche Alex Zanotelli che, in un ampio articolo in uscita su Carta numero 36 in edicola dal 13 ottobre, spiega perché «quell’inceneritore non si deve aprire né ad Acerra né altrove». Ma in Campania la malagestione dei rifiuti è un problema diffuso,
come nella provincia di Benevento.

Il caso delle centrali a biomasse, nei comuni di San Salvatore Telesino e di Reino in provincia di Benevento, è di estrema importanza per intendere ciò che sta accadendo nella complicata vicenda della gestione dei rifiuti in Campania.
La nostra regione dal 2000, anno in cui è stata affidata alla multinazionale Impregilo la gestione dei rifiuti, si è trasformata in un vero e proprio forziere il cui tesoro è rappresentato dai milioni di cosiddette ecoballe [cdr] depositate sul nostro territorio in attesa di essere «valorizzate» e quindi messe a profitto dall’Impregilo mediante l’incenerimento. Per ogni tonnellata di rifiuto bruciato c’è un contributo statale [Cip6] che va dai 25 ai 50 euro che moltiplicati per sei milioni di tonnellate di ecoballe rappresentano un tesoro a cui nessuno rinuncerebbe.

Se le ecoballe non potessero essere bruciate, perché non sono a norma e perché i proprietari sono inquisiti per truffa, bisogna capire in che altro modo questa montagna di rifiuti possa trasformarsi in una rendita assicurata per chi la gestisce.
È in questo quadro che s’inscrive la vicenda della provincia di Benevento. Le centrali a biomasse finanziate dalla regione Campania con i fondi Por sono sovradimensionate rispetto alla capacità di produzione di biomasse della provincia di Benevento, di Avellino e Salerno. Il Piano energetico ambientale di quell’area prevedeva una centrale da 8 megawatt e non due per un totale di 22 megawatt.
La sproporzione dell’impianto, però, tradisce le vere intenzioni. In un documento presentato dalla Vo.Cem. – la multinazionale che si è aggiudicata i fondi regionali per la realizzazione della centrale a San Salvatore Telesino – viene espressamente detto che l’approvvigionamento di biomasse a matrice vegetale sarà garantito dall’intera regione e che «per ragioni di mercato, economiche e di bilancio ambientale complessivo, l’impianto avrà facoltà di fare ricorso anche a materiali di scarto di cicli produttivi nel capo agricolo, forestale o distruttivo e\o di trasformazione, sempre rientranti nella categoria delle biomasse a matrice vegetale». Del testo appena riportato quel «e\o di trasformazione» è la parte più interessante. Infatti, a questo punto del ragionamento occorre chiedersi che cosa per legge sono le biomasse. Nel decreto legislativo del 29 dicembre 2003, numero 387 all’art. 2, lettera a] è scritto: «In particolare, per biomasse s’intende: la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura [comprendente sostanze vegetali e animali] e dalla silvicultura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani». E’ quest’ultima parte dell’articolo che chiarisce l’operazione in atto: «la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani» sottoposta a un trattamento di «trasformazione» è definibile biomassa.

L’accordo tra la Vo.Cem. e la provincia di Benevento è del 2004. È del primo agosto 2005, invece, la lettera che la Provincia di Benevento invia al prefetto Corrado Catenacci, allora Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania. In questo prezioso documento è scritto che: «[…] La Provincia di Benevento, inoltre, per propria scelta strategica, ha in animo di dotarsi di impianti di ‘pellettizzazione’ dei rifiuti, ipotizzandone la costruzione di uno per ogni ambito territoriale dei consorzi Rsu: si tratta di impianti tecnologicamente predisposti al trattamento e alla ‘trasformazione’ in biomasse di frazioni di Rsu [Rifiuti solidi urbani]. Tali impianti, inoltre, sono adatti alla ‘trasformazione’ in particolare delle ecoballe in pellet [combustibile assimilabile alle biomasse]».
Ecco la storia infinita dei predatori dei rifiuti in Campania. Dal rifiuto alle ecoballe, dalle ecoballe alle biomasse: quest’ultime, come le ecoballe, hanno come valore aggiunto i contributi statali che in questo caso non si chiamano Cip6 ma Certificati verdi.
In Italia bruciare conviene. E in Campania tutto ruota intorno al tesoro delle ecoballe custodito dal più potente comitato d’affari nazionale governato in questo momento dalla Impregilo. Questo immenso tesoro si è moltiplicato di giorno in giorno perché è stata impedita ostinatamente la raccolta differenziata, con il risultato che sul nostro territorio regionale si è creata la più grande discarica a cielo aperto d’Europa. Una gigantesca discarica con un carico inquinante incalcolabile a causa dell’enorme quantità di percolato che in ogni momento viene rilasciato nelle falde idriche, come è stato attestato dalle indagini epidemiologiche eseguite dall’Organizzazione mondiale della sanità [Oms] e dall’Istituto superiore di sanità, nonché dalla magistratura che ripetutamente ha posto sotto sequestro molte discariche come nel caso recente della discarica di Lo Uttaro, in provincia di Caserta.

Dagli studi epidemiologici più aggiornati si evince un quadro agghiacciante sulle ricadute sanitarie e ambientali di una gestione dei rifiuti incentrata sull’utilizzo delle discariche e degli inceneritori. Una pratica, questa, condannata tra l’altro dalla Corte di giustizia delle comunità europee.
Non è difficile capire che bruciare i rifiuti mediante gli inceneritori – classificati in base all’articolo 216/1994 del testo unico delle leggi sanitarie come «industrie insalubri di classe prima» – significa trasformare materiali preziosi in gas e sostanze infinitamente più tossiche e pervasive che contaminano gli organismi e l’intera biosfera; che milioni di tonnellate di ceneri di fondo, depositate alla base dei forni, devono essere «smaltite» in immense discariche di rifiuti speciali, che inevitabilmente finiscono con il contaminare le falde idriche, avvelenando la catena alimentare. Dall’incenerimento dei rifiuti si produce un vero e proprio concentrato di alcune tra le sostanze più tossiche che l’essere umano sia mai riuscito a escogitare: diossine, furani, policlorobifenili, idrocarburi policiclici e metalli pesanti, che – trasportati dalle particelle ultrafine prodotte dalla combustione – s’introducono nel sangue e nella linfa attraverso l’apparato digerente e respiratorio e penetrano nelle nostre cellule danneggiando il Dna.
La contraddizione che non ci permette di avviare una corretta gestione dei rifiuti risiede nella semplice constatazione che l’incenerimento in effetti disincentiva la raccolta differenziata che ha per scopo il recupero della materia: carta, plastica, metalli, etc. Senza queste sostanze, l’inceneritore non potrebbe neppure funzionare e quindi permettere la grande rapina dell’erario pubblico attraverso i contributi Cip6.

L’emergenza potrebbe finire in tempi rapidi attraverso una corretta filiera di riduzione, riciclaggio, recupero, riuso e compostaggio e, per la parte residua, requisendo e riconvertendo i sette ex impianti Cdr in impianti di vagliatura e di trattamento meccanico biologico [Tmb] che ossiderebbero i rifiuti con un procedimento naturale, sfruttando batteri e microrganismi e renderebbero inerte la frazione secca non recuperabile. Quindi, i sette impianti – sequestrati dalla magistratura perché fraudolentemente restituivano, dopo una semplice tritatura, rifiuti «tal quali» – una volta riconvertiti e riadattati, potrebbero trattare oltre 1 milione di tonnellate di rifiuti l’anno senza causare alcun danno alla salute e all’ambiente. Non si tratta di sperimentazione: in Italia 11 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno sono smaltiti in impianti a freddo il cui unico difetto per i predatori dei rifiuti è di essere economicamente vantaggiosi e di non usufruire di alcun contributo statale, come invece avviene per gli inceneritori con i Cip6.
Da questi criteri, che fanno riferimento a dati scientifici aggiornati, dovrebbe partire la scrittura del nuovo piano dei rifiuti in Campania. E’ un atto dovuto a una popolazione che da decenni subisce gli sversamenti illegali di scarti industriali da parte delle ecomafie. Una popolazione e che è stata vittima di una truffa colossale e che dinanzi all’epidemie dilaganti di tumori e di altre gravi malattie legate all’inquinamento ambientale reclama giustizia per un futuro meno penoso che sarà comunque segnato da un inesorabile disastro ambientale.

Il nuovo piano rifiuti avrebbe dovuto essere presentato dal Commissario per l’emergenza rifiuti entro la prima settimana di ottobre. Nel frattempo, dinanzi all’inerzia della politica e alla rassegnazione della popolazione, si spera che la magistratura giunga a contestare alla Impregilo – già accusata dalle popolazioni di gravi disastri ambientali anche in altre parti del pianeta come in Africa e in Islanda – il reato di «disastro ambientale e sanitario doloso» e si arrivi al sequestro del megainceneritore di Acerra che, insieme agli altri due inceneritori progettati, è la prova materiale della truffa e del procurato disastro a danno della Campania. Se si permetterà all’Impregilo di azionare questo ecomostro, il più grande inceneritore d’Europa in un territorio che è tra i più inquinati del pianeta, si assicurerà la morte, le malformazioni e altre enormi sofferenze a centinaia di migliaia di cittadini della Campania.

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