Breve storia della «tolleranza zero» in Italia

Per comprendere meglio quello che ci sta accadendo intorno, a proposito di campagne securitarie, di sindromi da invasione e di crescita di consensi intorno all’aberrante parola d’ordine «tolleranza zero», occorre risalire un po’ indietro negli anni. Quando l’immigrazione nel nostro paese iniziò a farsi consistente e cominciarono, nel contempo, ad emergere umori razzisti diffusi, anche se espressi in forme diverse. Si ebbero il razzismo dei colti e quello più rozzo, viscerale, popolare, assunto dai leghisti padani come principale tratto identitario, quasi alla pari con la lotta senza quartiere contro «Roma ladrona».
Insieme a tali umori, però, furono messi in circolo anche numerosi anticorpi, prodotti a livello di associazionismo, di realtà religiose e laiche, di sindacati, di movimenti, di società civile attiva, in sintesi, e anche di alcune forze politiche organizzate [scarsamente presente invece, come produttore di anticorpi, il mondo della «cultura ufficiale»].
Tanto per fare degli esempi, all’assassinio dell’immigrato Jerry Masslo, nel 1989, seguì la grande manifestazione di Roma, a cui parlò anche il segretario generale della Cgil Bruno Trentin; al raid di carnevale contro i migranti, a Firenze nel 1990, fu data una risposta di massa con un corteo che si concluse in piazza Santa Croce, e vide fra gli oratori il cardinale Piovanelli.
Eppure anche in quelle occasioni vi era stato chi aveva affermato che gli immigrati erano troppi, che i venditori ambulanti irregolari non erano più sopportabili, che la presenza eccessiva di stranieri provocava il degrado delle città [e quindi l’ostilità degli italiani]. Ma per usare un termine sportivo, si può dire che l’antirazzismo era ancora in partita e cercava di rispondere, colpo su colpo, agli atti di intolleranza e di xenofobia, dimostrando una certa capacità di aggregazione, al di là della cerchia delle persone impegnate in attività solidali e di tutela dei diritti.
Quelle affermazioni, che già corrispondevano a un diffuso senso comune, avevano trovato risposte precise e decise non solo a livello di movimento, ma anche, specialmente in certe zone, in una parte non minoritaria degli amministratori locali: ricordo la Carta d’intenti degli amministratori locali e dell’associazionismo toscani, del 1993, e il conseguente impegno nelle campagne per il diritto di voto, per il trasferimento di competenze in materia di permessi di soggiorno dalle questure ai comuni [quando era osteggiato da molti anche a sinistra, perché si temevano i sindaci leghisti] e per la diffusione delle buone pratiche.
Nel corso del tempo, successivamente a quell’intenso biennio tra il 1989 e il 1990 [che aveva visto, fra l’altro, l’approvazione della legge Martelli] si era passati da una emergenza a un’altra. L’allarme relativo alla sicurezza aveva trovato, di volta in volta negli albanesi, nei rom, nei profughi provenienti dai Balcani, negli slavi, nei nigeriani, nei cinesi i principali soggetti portatori di criminalità e di gravi «turbative» all’ordine pubblico [recentemente sono i rom rumeni a diventare i primi della lista].
Le campagne condotte dai maggiori organi d’informazione hanno avuto il loro apice soprattutto in prossimità della discussione in parlamento di leggi relative all’immigrazione. Tanto che nel 1998, in corso d’opera, si è riusciti a far centrare sull’ordine pubblico [con la nefasta adozione, fra l’altro, dei Cpt] anche una legge, la Turco-Napolitano, che pure aveva al suo interno dei contenuti positivi, come il diritto di voto per le cittadine e i cittadini migranti, poi stralciato durante il dibattito.
Alla base di quella normativa c’era, come ripetuto in più occasioni dall’allora ministro Giorgio Napolitano, il motto «rigore e solidarietà». Da notare che, mentre un rigore specialissimo, che si traduceva anche in una giurisdizione ad hoc [in contrasto con i principi costituzionali] veniva applicato ai migranti rendendo loro la vita sempre più difficile, le misure improntate alla solidarietà, che poi erano quelle che riconoscevano agli immigrati i più elementari diritti di cittadinanza, tardavano ad essere concretizzate [o lo erano soltanto in parte o stentavano comunque a ricevere adeguati finanziamenti].
Le istituzioni, quindi, si sono sempre presentate ai migranti, nel corso degli ultimi diciotto anni, con i volti di mister Hyde e del dottor Jeckyll.
Ma chi ha letto Stevenson lo ha ben presente: quando si mettono in moto processi negativi, è il lato «mostruoso» a prevalere. Anche se all’inizio l’operazione è basata su buone intenzioni, alla fine il clima di ostilità e di intolleranza che si è alimentato impedisce di realizzare quegli stessi interventi positivi a cui si mirava, con un imbarbarimento generale della società che va ben oltre i calcoli di chi ha avviato il percorso.
Per incapacità di lettura dei fenomeni sociali, e/o per ragioni di opportunismo politico, si sono sempre sottovalutati i veleni che la Lega Nord ha continuato a spargere a piene mani contro i rom, gli islamici, gli immigrati in genere, se non per condannare gli eccessi di Borghezio e di Calderoli. Senza sviluppare, però, una decisa azione politica e culturale di contrasto. Finché i leghisti, con i loro sindaci/simbolo alla Gentilini, non hanno trovato validi imitatori anche fra gli amministratori di centrosinistra [uno per tutti Sergio Cofferati, che sembra voler imitare il suo idolo Tex Willer; ma almeno Tex si scaglia contro i delinquenti veri, cioè banchieri, commercianti di armi e whisky, speculatori, agenti governativi corrotti, e non contro i poveracci].
Tutto questo, comunque, è indicativo del salto di qualità che si registra oggi.
La guerra ai ai lavavetri e simili scatenata dai sindaci delle maggiori città, l’adozione di parole d’ordine come quelle di Sarkozy [«la sicurezza non è di destra né di sinistra»] e di Giuliani [«tolleranza zero»], la conclamata volontà di porre le questioni dell’ordine e del decoro delle città fra le priorità del nascente Partito democratico dimostrano che la trasformazione in mister Hyde si sta compiendo in modo accelerato.
Si riscopre come valore l’intolleranza [in questo, in effetti, si traduce la famigerata «tolleranza zero»] tornando indietro rispetto a Voltaire e all’illuminismo, e si rifiuta il senso della pena e del carcere scritto nella Costituzione [che li finalizza al recupero sociale del condannato] ignorando Beccaria, con attacchi indecorosi, di destra e di centrosinistra, alla civilissima legge Gozzini.
E si sono affievoliti, è doloroso ammetterlo, anche gli anticorpi. O meglio, esistono ancora persone, gruppi e associazioni che operano per contrastare questa deriva, ma non riescono più a ricomporsi in una risposta forte e unitaria. Va rilevato che la scarsa presenza di un tempo degli intellettuali su questo fronte si è trasformata, escluse rarissime eccezioni, in un silenzio assordante, quando non in una servile partecipazione agli indirizzi prevalenti.
Una consistente maggioranza di politici, ormai incapace di pensare a un governo reale dei territori, delle città, del paese, avendo lasciato campo libero ai poteri forti dell’economia e della finanza, cerca di recuperare un rapporto con i cittadini sempre più distanti, sfiduciati, insicuri del proprio futuro, impauriti, alimentando le paure diffuse, secondo un meccanismo visto numerose volte nel corso della storia.
Che fare allora? Oltre che continuare a lavorare ciascuno nel proprio ambito per denunciare, informare, destrutturare i linguaggi razzisti, lottare contro gli atti di intolleranza e di discriminazione, sostenere le vittime di tali atti, credo che costituisca oggi una priorità assoluta l’avvio di un percorso verso la ricomposizione unitaria delle molte energie disponibili. Cercando di uscire ciascuno dalla propria cerchia, compreso il livello istituzionale, e sperando che non sia troppo tardi.

Tags assegnati a questo articolo: intercultura, globalizzazione, migranti, migranti, globalizzazione, intercultura

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