Bari, 27 maggio 2006
Ho partecipato all’Assemblea annuale dei soci di Banca Etica con l’intenzione di intervenire e poter discutere con il consiglio di amministrazione e gli altri soci in merito a molte questioni che considero critiche rispetto all’attuale gestione della banca.
Avrei voluto presentare le mie osservazioni e ottenere dei commenti, se non delle risposte.
Questo non è stato possibile per come è stata gestita l’assemblea. Rimando alla nota a margine di questo documento per una descrizione dell’accaduto e del perché non mi è stato possibile esprimere pienamente le mie opinioni, che affido perciò a questa breve relazione.
Con la quale spiego perché ho votato contro l’approvazione del Bilancio 2005 di Banca Etica.
Le questioni erano (sono) le seguenti. Se partiamo dalla riflessione che Banca Etica poggia su due gambe, una tecnico-economica (il fare banca) e una politico-associativa (l’essere movimento culturale), credo sia indubbio che non può esservi equilibrio in Banca Etica se una o entrambe le gambe zoppicano. Oggi io vedo diversi problemi. Dal lato tecnico-economico:
–gli impieghi, pur crescendo, restano meno della metà della raccolta;
–al Sud va solo il 7% del totale investito. Vero è che al Sud si raccoglie molto meno ma si noti che in termini assoluti si raccoglie esattamente quanto si investe, dunque di nessun atto di generosità oggi beneficia il nostro meridione, mentre c’è da chiedersi se non meriti attenzione maggiore da una banca che dovrebbe contrastare e invertire le tendenze peggiori del nostro sistema economico;
–per capire quanto sia poco il 7% di cui sopra, basti pensare che al Veneto arriva il 24, al Lazio il 18 e alle reti associative Arci e Acli, complessivamente, il 12;
–vi è poi l’annosa questione di Etica s.g.r. Un progetto che toglie energie a quello originario di una banca alternativa e che ormai, dopo i nuovi assetti societari, non è più neanche controllabile da Banca Etica. La vicenda del coinvolgimento di Banca Popolare di Milano nel finanziamento all’export di armi acuisce problemi che hanno anche complesse implicazioni gestionali, come ad esempio nella selezione dei titoli su cui investire. L’azionariato attivo, la motivazione che si dà per giustificare l’investimento in Telecom (ad esempio), per funzionare avrebbe bisogno di ben altro supporto politico e comunicativo da parte della banca, dei soci e delle organizzazioni della società civile.
Dal lato politico-associativo:
–la partecipazione media dei soci alle assemblee è al 4 del totale (comprese le deleghe);
–a Bari era inferiore all’1, arrivando al 2,4 con le deleghe;
–ci si trova dunque in una situazione in cui il ruolo dei soci è mortificato e non a caso proprio a Bari il presidente della banca ha dichiarato che occorre riposizionare il ruolo della fondazione culturale, nata tre anni fa proprio per favorire la partecipazione dei soci;
–la discussione interna è annichilita come, in parte, dimostra anche quanto riportato rispetto ai tempi e ai modi di intervento dei soci nell’assemblea di Bari.
In generale si nota uno spostamento strategico da BANCA ALTERNATIVA (che persegue un altro modello di sviluppo, sperimenta nuove pratiche economiche e partecipative) a BANCA RESPONSABILE (che risponde ad alcune richieste soggettive di consumo critico ma rinuncia al suo ruolo di trasformazione di società ed economia).
Si pensi alla scelta (ostentata come non mai su carta intestata, slides e cartelline) di farsi certificare SA 8000: un protocollo che dovrebbe essere molto indietro rispetto ai princìpi della banca e che è pensato per quelle imprese che devono pulire la propria immagine, usando la responsabilità d’impresa come leva di marketing. Oppure al meccanismo di devoluzione dei fondi, un tempo criticato dalla banca quando praticato da altri operatori finanziari.
Il tutto ovviamente potrebbe essere legittimo. Se non fosse che non è chiaro chi ha deciso tutto questo. Se lo slogan della banca è “l’interesse più alto è quello di tutti”, ciò che oggi non è chiaro è chi decida qual è l’interesse di tutti. Siamo forse di fronte a quello che gli economisti chiamano “problema di agenzia”? Un eccesso di delega, cioè, agli amministratori (e, tra questi, a un piccolo gruppo che riesce anche a scavalcare, per quanto è noto, la discussione in consiglio d’amministrazione) tale per cui la base sociale non è più in grado di controllarne le scelte strategiche di fondo?
Un esempio emblematico di ciò lo si trova in quanto annunciato a Bari rispetto all’intenzione di costituire un fondo di pensione etico. Quando si è discusso dell’opportunità di questa scelta? Con chi? Siamo ben consapevoli delle implicazioni gestionali, finanziarie e politiche di questa decisione?
Una cosa è sicura. Che la lezione di Etica s.g.r. non è stata imparata: non siamo ancora abbastanza solidi per camminare come banca e ci andiamo a imbarcare in operazioni che presto non siamo più in grado di controllare. Come in Etica, così con il fondo pensione lasceremo il pallino in mano ai partner e di etico resterà solo il nostro marchio…
Questi sono i due grandi rischi che individuo, dunque:
–da un punto di vista strettamente aziendale, la perdita di solidità del progetto imprenditoriale e una progressiva dipendenza da processi che non si controllano. Ciò significa perdita di libertà, di autonomia e dunque l’impossibilità di realizzare una qualunque forma di economia e finanza diversa da quella dominante;
–da un punto di vista politico, l’annacquamento dell’identità culturale del progetto, l’essere sempre meno diversi dagli altri, che si muovono molto velocemente verso posizioni di imitazione o reale cambiamento (già oggi, ad esempio, l’assemblea di una qualunque BCC è ben più discussa e partecipata di quelle di Banca Etica).
E allora sono inutili gli appelli a capitalizzare la banca se non si danno motivi e modi ai cittadini di mobilitarsi e sentire l’urgenza di questa azione: se non è per i dividendi, perchè si mettono i soldi in una banca?
Credo dunque che occorra ricominciare a pensare alla solidità del progetto Banca Etica, proprio nel suo essere istituto bancario: concentrandosi sugli impieghi, sul come selezionarli, rivitalizzarli, andarli a cercare, farsi motore di uno sviluppo solidale. Per questo occorrono piccoli passi, investimenti nelle persone, nelle reti, partecipazione vasta e diffusa, nelle diverse modalità in cui ciò è possibile. E’ necessario invertire drasticamente rotta rispetto ad alcune scelte attuali.
Per questo, osservando invece una crescente autoreferenzialità del gruppo dirigente, soprattutto della sua componente più ristretta, e la tendenza alla conservazione e alla riproduzione degli equilibri attuali, ho deciso di votare contro l’approvazione del bilancio di esercizio 2005.
Una chiosa. Nelle mie scelte tanto individuali (da cittadino) che professionali (nei ruoli di responsabilità che ricopro) non ho mai smesso di sostenere Banca Etica. Finora. Intendo continuare a farlo anche in futuro e per questo voglio che cambino gli indirizzi che ci porterebbero fuori strada.
Questo quello avrei detto a Bari, se vi fossero stati tempi e modi. Auspico che questa nota serva a fare chiarezza e possa attivare un percorso di discussione e condivisione utile a Banca Etica.
Anche perchè ciò che è accaduto a Bari in termini di “mancata partecipazione e democrazia interna” è la negazione di uno dei principi base della finanza etica. E’ ha accresciuto la mia percezione dell’urgenza di cambiare.
LA PESSIMA GESTIONE DELL’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BARI
Sono stato il primo socio a prendere la parola in assemblea, iniziata alle 10, dopo un paio di video di promozione sulla banca e relazioni di tecnici e amministratori non sempre opportunamente asciutte.
Il mio intervento è avvenuto alle 13,44, quasi quattro ore dopo l’inizio e a circa due dalla fine.
Ho avuto a disposizione 3 (tre) minuti, senza alcuna minima deroga, per spiegare perchè votavo contro il bilancio.
Ho necessariamente dovuto tagliare molti dei contenuti del mio intervento, che stimavo di poter realizzare in 7-8 minuti.
Dopo di me, in merito al bilancio, hanno parlato circa una dozzina di persone di cui circa la metà dipendenti o consiglieri di amministrazione della banca.
Spesso–per quanto ho potuto verificare–le persone della banca hanno avuto a disposizione più di 3 minuti.
Il presidente ha chiuso gli interventi subito prima della votazione, parlando per circa 10 minuti.
Ha attaccato direttamente me più che le mie opinioni.
Ha usato toni offensivi e inopportuni anche rispetto al mio incarico istituzionale («una scelta irresponsabile per uno che ha questi incarichi»), mentre io ho votato a titolo personale.
Ha dichiarato anche alcune palese falsità sul mio conto («tu a Roma non c’eri» mentre ero presente e sono anche intervenuto in assemblea).
Ho chiesto–come era normale, quanto meno per precisare le più vistose inesattezze–la possibilità di una breve replica al banco della presidenza, presenti Fabio Salviato, presidente, Fabio Silva e Tommaso Marino, con i ruoli di moderatore e segretario di assemblea.
La facoltà di replica mi è stata negata.
Il presidente ha dichiarato, testualmente: «No, tu non parli».
Poi si è proceduto al voto sul bilancio.






