Da giovedi sera l’ex dittatore Suharto, 84 anni spesi in gran parte a fare del suo paese un lager per oppositori dopo la strage del 1966, è nell’ospedale Pertamina di Giacarta ricoverato per disturbi gastrointestinali. La morte è una brutta cosa e non si riesce ad augurarla nemmeno a Suharto. Ma in questi giorni viene in mente un’altra persona, della stessa età (aveva 81 anni), che invece ha lasciato il mondo (è questa l’espressione – meninggal dunia – che l’indonesiano usa per “morire”): si tratta di Pramoedya Annata Toer, non solo il più grande scrittore contemporaneo dell’arcipelago delle 17mila isole.
Pram fu un fiero oppositore di Suharto tanto che il dittatore lo fece trasferire dalle carceri giavanesi nell’inferno insulare di Buru, un carcere all’aperto, dove il puzzo del sangue e quello dell’orina, scrisse Pramoedya, si mischiavano.
Fragranze concentrazionarie. Pram non risparmiò Suharto ma nemmeno Sukarno, il padre della patria che pure stimava, e tantomeno sua figlia Megawati quando, una volta al potere, la vacua Sukarnoputri si dimostrò leggera come una piuma, incapace di arrestare la corruzione – un pallino di Pram (e di Suharto nell’altro senso) – e di perseguire un’idea di nazione che tenesse assieme oltre duecento milioni di anime sotto il segno della giustizia sociale.
Nell’Italia distratta dalle manovre presidenziali, di Pram, salvo rare eccezioni, ci si è dimenticati. Un giornale ha scritto persino che era una delle maggiori intellettuali del paese. Pram probabilmente, che non era certo un maschilista, avrebbe sorriso. Ma se Suharto dovesse andarsene, i coccodrilli non mancheranno. Anche se nel male (difficile da difendere se non per l’autonomia alimentare raggiunta negli anni Ottanta), ci ricorderemo più di lui che di Pram. Che certo ha fatto ben di più per il suo paese. Del resto il giornalismo, dice un’aurea regoletta, si occupa delle cattive notizie e dunque è vero che Suharto è una bad news comunque sia mentre Pramoedya, buona notizia, risulta e risultava, evidentemente, meno interessante.
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