Non si risponde a una crisi sociale con un regime di eccezione. La responsabilità fondamentale di questa crisi pesa, infatti, sui governi che non hanno saputo o voluto combattere efficacemente le disuguaglianze e le discriminazioni che si cumulano nei quartieri di confino sociale, imprigionando i loro abitanti nelle logiche di ghetizzazione. Pesa anche su i governi che hanno condotto e aggravato le politiche di “sicurezza” che stigmatizzano le stesse popolazioni come le nuove “classi pericolose”, e in particolare modo i giovani dei “quartieri”.
Sono anni di politica centrata sulla sicurezza che sono chiamate in causa. il sabottaggio delle azioni di prevenzione, l’asfissia del mondo associativo, la demolizione della “polizia di prossimità”, la tolleranza rispetto alle discriminazioni quotidiane, in particolare nei confronti di persone straniere o supposte tali, lo stato di una scuola che non può ridurre la segregazione che ci fanno misurare oggi la pericolosa di questa politica. Non è solo il linguagio del ministro degli interno, sono l’insieme degli atti del governo che rilevano una logica da apprendista stregone.
Ma c’è anche l’incapacità dei governi che si succedono da dieci anni a fare indietreggiare la massiccia disoccuppazione, l’esplosione della precarietà, la sistematizzazione delle discriminazioni razziste e territoriali, come la politica di indebolimento dei servizi pubblici e il passo indietro dei diritti sociali che si mostrano in piena luce oggi.
Le violenze sono autodistruttive. Nuociono soprattutto a quelli di cui denunciano l’esclusione. Fare cessare le violenze, che pesano sulle popolazioni che aspirano legittimamente a vivere tranquillamente, è ovviamente necessario. In questo contesto, l’azione delle forze dell’ordine, che deve iscriversi in un quadro strettamente legale e non condurre a esagerazioni, non può essere l’unica risposta. Già da ora dobbiamo aprire un’altra via se non vogliamo che vadano avanti o si ripetano le violenze appena accadute. Solo un’azione collettiva permetterà di definiere le condizioni di un’altra politica.
In primo luogo, non accettiamo che si prosegua lo stato di emergenza. Avere ricorso a un testo proveniente della guerra di Algeria rispetto spesso a francesi discendenti di migranti, equivale a dire che non sono ancora francesi. Usare della simbolica dello stato di emergenza, è ridurre decine di migliaia di persone alla categoria di nemici interni. Inoltre, è fare pesare sulla Francia intera e su ognuno dei suoi abitanti, in particolare gli stranieri che il governo designa già come capri espiattori, il rischio di attacchi gravi alle libertà.
Affermiamo solennemente che, se questo regime di eccezione sarà prolungato, metteremmo in ballo tutti i mezzi democratici di cui disponiamo per opporci.
Vorremmo aprire un’altra prospettiva di quella che ha portato all’impasse attuale. Ciò passa da una messa all’ordine del giorno di quattro esigenze fondamentali: la verità, la giustizia, l’uguaglianza e il rispetto.
Né il ricorso alle procedure giudiziare sbrigative, se non a una “giustizia di abbattimento”, né l’instaurazionne di zone disciminate da una mappa dallo stato di emergenza sono conciliabili con l’obiettivo di un ristabilimento della pace civile e del dialogo democratico.
La repubblica deve riconoscere, pubblicamente e dalle sue più alte autorità, che la sorte di queste popolazioni, le discriminazioni che subiscono, sono della nostra responsabilità collettiva e costituiscono una violazione dell’uguaglianza repubblicana.
Questa esigenza implica anche che la verità sia totalmente fatta sulle condizioni nelle quali i due ragazzi sono morti a Clichy-sous-bois.
Restaurare la situazione in questi quartieri, è prima di tutto restituire la parola ai loro abitanti. Dei “cahiers de dolénces” (i quaderni in cui gli abitanti scrivono le loro rimostranze) devono essere discussi, città per città, secondo i principi della democrazia partecipativa tra i rappresentanti degli abitanti, associazioni, sindacati, eletti locali e rappresentanti dello stato. Devono essere resi pubblici. Vuole dire poi aprire dei negoziati collettivi, che raggruppino gli stessi partecipanti, per programmare delle azioni di ristabilimento dell’uguaglianza ciò che implica che la rappresentazione nazionale sia colta di una vera legge di programmazione e che cessino le misure di cospargimento o peggio ancora i segni di disprezzo come la trasformazione dell’apprendistato in misura di relegazione scolastica precoce. Una solidarietà nazionale autentica deve essere all’appuntamento della ricostruzione del tessuto sociale delle periferie.
Significa soprattuto, dispiegare nella realtà una reale una politica nazionale di lotta contro le discriminazioni e per l’uguaglianza dei diritti. Deve essere messo un termine immediato a tutti i discorsi insopportabili e svalorizzanti che danno degli abitanti di questi quartieri, delle “feccie”, dei “barbari”, dei “selvaggi” o dei “fantassini di un complotto integralista”.
Affermiamo che c’è una vera e propria emergenza nazionale: bisogna sostituire allo stato di emergenza poliziesco uno stato di emergenza sociale, affinché gli atti dei governati cessano di conttradire il motto della repubblica.
Firmatari:
Les Alternatifs, Association des Tunisiens en France, ATTAC, ATMF, Cactus républicain/La gauche, CEDETIM-IPAM, CGT, Comité pour le Respect des Libertés et des Droits de l’Homme en Tunisie (CRLDHT), Droit Solidarité, Fac Verte, FCPE , Fédération anarchiste, FIDH, FSU, GISTI, Les Oranges, Les Verts, LDH, Lutte ouvrière (LO), Mouvement pour une alternative républicaine et sociale (MARS), Mouvement des jeunes socialistes (MJS), Mouvement National des Chômeurs et des Précaires (MNCP), MRAP, PCF, Rassemblement des associations citoyennes de Turquie (RACORT), Réseaux citoyens de Saint-Étienne, Réformistes et solidaires (ReSo), Syndicat des Avocats de France, Syndicat de la Magistrature, Union démocratique bretonne (UDB), UNEF, Union nationale lycéenne (UNL), UNSA, Union Syndicale Solidaires.






