Narciso Terrorista

7 luglio del 2005. Quel che è accaduto nella metropolitana londinese è
diverso per qualità da quello che accadde a New York in quel fatidico
giorno di settembre in cui la storia ha cambiato direzione.
L’attacco alle towers fu un gesto unico, irripetibile, un’azione che
richiese grande competenza tecnica e impegno finanziario. Ha innescato il
processo, ha costruito l’archetipo del terrorista suicida, ma non era
replicabile.. Quello che è accaduto a Londra il 7 luglio 2005 ha un altro
retroterra: un gruppo di ragazzi della seconda generazione immigrata,
cittadini di un paese occidentale che hanno assorbito l’immaginario e le
illusioni dell’occidente matura la decisione di trasformarsi in un gruppo
di bombe umane. Come possiamo spiegarlo?

In un libro del 1999 intitolato “Cosa sognano i lupi”, (Feltrinelli, 2001)
Yasmina Khadra (pseudonimo di un ex ufficiale dell’esercito algerino che ha
abbandonato l’esercito per la letteratura) ci racconta la formazione di un
terrorista. La storia si svolge nell’Algeri del 1994, quando cominciò
l’ondata di follia assassina che ha insanguinato il paese per il resto del
decennio. Dominato dall’oligarchia cinica e feroce che prospera all’ombra
del FNL, il paese fu scosso da un’ondata islamista sanguinosa, alimentata
dai reduci della guerra afghana. In quel contesto il giovane Nafa Walid
sogna di fare l’attore, ma essendo nato nella Casbah da una famiglia
povera, non ha nessuna possibilità di realizzare la sua ambizione. Come
infiniti altri suoi coetanei in tutto il mondo è cresciuto nella sfera
immaginaria globalizzata: le sue immaginazioni e aspirazioni sono
alimentate dalla macchina dello spettacolo, della pubblicità,
dell’illusione consumista. Falliti i suoi tentativi di trovare la strada
del successo cinematografico, deve rassegnarsi ad accettare un lavoro di
autista. Va a servizio di una famiglia dell’oligarchia, e dopo aver subito
le più cocenti umiliazioni, esce sconvolto da un’esperienza di estrema
violenza, e abbandona il lavoro. Entra in una crisi profondissima, e al
culmine della sofferenza incontra, come per incanto, la comunità islamista.
Scopre dio, come fosse una benzodiazepina di grande efficacia. Diviene
completamente dipendente dal suo tranquillante-euforizzante, e di passaggio
in passaggio si ritrova a sgozzare donne e bambini dei villaggi che non si
piegano all’integralismo.
Ma non è della situazione algerina che voglio parlare qui. Quello che mi
interessa è capire qualcosa della formazione di una generazione terrorista.
Nella interpretazione prevalente dell’ondata terroristica è completamente
trascurato un aspetto essenziale di questo fenomeno: il suicidio. Si
calcola che le bombe umane esplose negli ultimi cinque anni abbiano
superato il numero di mille. Probabilmente siamo solo all’inizio. Non è Al
Qaida con i suoi potenti mezzi il pericolo che si staglia all’orizzonte, ma
una generazione di narcisi umiliati che mettono in scena un suicidio di
massa nella forma più spettacolare, provocando terrore, distruggendo la
vita degli altri, l’ambiente urbano, la fiducia di ogni uomo verso ogni altro.

il narciso umiliato e il suicidio esplosivo.

La sproporzione tra ricchezza della classe al potere e povertà di masse
sterminate non è un fenomeno nuovo. Ma nel nostro tempo sta diventando
adulta una generazione che ha imparato dai media globali a vedere,
desiderare, volere quella vita che i media promettono, e quei consumi che
la pubblicità impone come indispensabili. La prima generazione
videoelettronica misura la propria esistenza sulla base dei criteri
omologati del narcisismo di massa. La dissoluzione della comunità
tradizionale spinge milioni di giovani a cercare riconoscimento in una
comunità immaginaria, proprio nel momento in cui le promesse espansive del
capitalismo si stanno afflosciando in tutto l’occidente sta crescendo una
generazione destinata ad ottenere nella vita meno di quello che hanno avuto
i genitori. Meno opportunità di lavoro stabile, meno possibilità di
arricchimento, meno consumi, ma soprattutto meno piacere, meno comunità,
meno conferme, meno affetto. Il narciso mediatico scopre molto presto di
dover pagare la propria corsa competitiva con una sorta di atrofia emotiva.

Questo fenomeno riguarda l’intera popolazione giovanile della prima
generazione videoelettronica in occidente. Gli immigrati che hanno cercato
(e in qualche ristretta misura nel passato sono riusciti ad ottenere) una
integrazione culturale che ripagasse il desiderio investito nella
competizione economica, ora si trovano di fronte all’abisso della
deindustrializzazione, della disoccupazione, del precariato che costringe
ad una competizione continua. Sono i primi che cedono, che non reggono.
L’islamismo integralista è la più facile e immediata identificazione
aggressiva a portata di mano, per milioni di giovani islamici.
Ma non dobbiamo pensare che il desiderio suicidia del narciso umiliato
riguardi unicamente i giovani islamici, o gli immigrati. Riguarda l’intera
popolazione giovanile precarizzata. Il suicidio è già la prima causa di
morte nella popolazione giovanile occidentale. Viene prima delle morti per
incidente automobilistico. E si sa bene che in molti casi la morte dovuta a
incidente d’auto nasconde un’intenzione suicida.

L’11 luglio 2005 un ragazzo di 26 anni, di nome Ciro Eugenio Milani, si
uccide in una città del Nord Italia: va su un ponte, sale su una sedia
pieghevole, scavalca il parapetto alto un metro e 60 e si getta nel fiume
Adda. Da cento giorni aveva avviato un blog che comincia con queste parole:
“Questo è il diario pubblico di un aspirante suicida. Ormai le idee le ho
chiare, so cosa farò e so quando lo farò… Sentitevi liberi di commentare
quello che scrivo… Questo blog non è un‚istigazione al suicidio. Non
chiedo né consiglio a nessuno di seguire la mia scelta”
Eugenio Milani era un programmatore e nel ‚98 si era iscritto all‚Ordine
dei pubblicisti.
La lettura del suo blog, dei messaggi con i quali ha preparato il suo
gesto, dei commenti che lo hanno accompagnato, è una lettura che fa venire
i brividi. Non per la sua drammaticità, ma per la sua piatta (vorrei quasi
dir serena) banalità. Il bisogno narcisistico di mettere in scena qualcosa
di eccezionale, si accompagna a un profondo vuoto motivazionale.
Non voglio dire che questo ragazzo avrebbe potuto divenire un terrorista,
ma solo che la qualità esistenziale e psichica della sua scelta contiene
gli stessi elementi di narcisismo e di umiliazione che portano altri
ragazzi al terrorismo.

Nel sito http://www.disappearedinamerica.org/ compare un articolo dal
titolo “Then they came for the children” nel quale si parla del caso di
Adema Bah e Tahuna Hyder, due ragazze (una di di origine bengalese l’altro
di origine africana) che sono state arrestate negli Stati Uniti perché in
un tema svolto in classe avevano manifestato propositi suicidi, e questo
faceva di loro delle potenziali suicide bombers.
Fondandosi soltanto su un tema gli agenti dellFBI dicono che le ragazze
sono una minaccia imminente alla sicurezza degli Stati Uniti, anche se
ammettono di non aver nessun elemento che confermi la loro supposizione.

L’azione compiuta a Londra il 7 luglio segnala che il problema non è
affatto quello di uno scontro di civiltà, come blaterano i fanatici.
Certamente, la guerra religiosa è un aspetto importante di quello che sta
accadendo, ma il nucleo profondo del fenomeno di cui stiamo vedendo le
prime manifestazioni ha un carattere sociale e psicopatico. Sociale come è
sociale l’immiserimento, lo sfruttamento, la precarizzazione
l’emarginazione. Psicopatico come la reazione estrema ed autodistruttiva ad
un sentimento di umiliazione che ha insieme cause social politiche e culturali.
La replica del 21 luglio, non importa se fosse intenzionalmente
dimostrativo o se sia fallito lo scopo assassino) ha in ogni caso un
effetto agghiacciante: essa infatti vuol dire una cosa soltanto. Il Narciso
umiliato che si trasforma in terrorista è imprevedibile, irreperibile,
inarrestabile, potenzialmente ubiquo.
Se il Narciso umiliato si diffonderà nelle città del mondo, come appare
probabile, rischia di mettersi in moto una catena di violenze barbariche:
pogrom antiislamici seguiranno alle azioni di terrore, e azioni di terrore
seguiranno ai pogrom in una spirale senza uscita.

Rafforzare la sicurezza non serve assolutamente a niente, di fronte a
questo pericolo. L’esibizione di mezzi raffinatissimi e potenti di
repressione assomiglia a un rituale inutile e superstizioso.
Quel che serve è l’elaborazione collettiva del collasso provocato dalla
cultura competitiva, quel che serve è un rilassamento dell’intera
muscolatura sociale, che è entrata in una fase spasmodica.
Ridurre la pressione competitiva che genera narcisismo di massa e ne
prepara al tempo stesso la frustrazione. Ridurre lo stress economico
quotidiano, ricostruire lo spazio dell’amicizia pubblica, della solidarieta
sociale.

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