Lo scorso 17 Ottobre l'Università le ha dato la laurea ad honorem in Pedagogia. E' Hebe Maria Pastor de Bonafini, storica presidentessa delle Madri di Plaza de Mayo, che da oltre trent'anni denunciano gli orrori e le connivenze della dittatura argentina
L’appuntamento per l’intervista con un pezzo di storia dell’America Latina del secolo scorso l’ho ottenuto in un bellissimo edificio medievale del centro di Bologna, abituato ad ospitare studenti Erasmus di mezza Europa. In questi giorni è di casa una composta anziana signora argentina che si appresta a ricevere, lei che non ha neppure terminato le scuole medie, una Laurea ad Honorem in Pedagogia dall’Università di Bologna.
Figure come Hebe Maria Pastor de Bonafini, presidentessa dell’associazione delle Madri di Plaza de Mayo, in un qualche modo hanno il sapore di personaggi ormai dimenticati come Tina Anselmi o Nilde Iotti, grandi figure civiche e di resistenza del nostro dopoguerra.
E la loro storia, è una coraggiosa orazione civica, quella di centinaia di madri che da 30 anni rivendicano verità e giustizia sulle migliaia di figli desaparecidos (scomparsi ndt) che tormentano la storia contemporanea dell’Argentina, deportati dal regime di Jorge Rafael Videla, che dal 1976 al 1981 ha seminato morte e terrore nel paese latinamericano.
Signora Bonafini, se lei può ricostruire quei mesi della fine degli anni 70 in cui è stato evidente a tutto il mondo, e ancor di più per l’Argentina, che c’era un grave problema di persone scomparse in Argentina.
Più che un problema era un genocidio, che si stava perpetrando sotto gli occhi inerti delle famiglie, con la complicità della Chiesa, dei militari, dei giornalisti e soprattutto con la colpevole responsabilità degli americani che si sono sempre intromessi in America Latina, con il loro capitalismo arrogante che ha sempre cercato di distruggere tutto ciò che di rivoluzionario c’era.
I nostri figli volevano trasformare, cambiare la società è sono stati fatti scomparire.
La maggior parte di loro erano lavoratori, altri erano rivoluzionari, guerriglieri, educatori, uomini compromessi con l’ala più liberale e terzomondista della chiesa; c’erano uomini e donne che si stavano dedicando con tutto l’amore possibile alla liberazione del popolo, che era sottomesso e umiliato.
Al principio per tutte fu una lotta personale, si andava per strada a cercare il figlio o i figli, perché ad alcune madri arrivarono a sequestrare anche 4 o 5 figli, e così cominciammo ad incontrarci, ed un giorno una di noi tirò fuori l’idea di scrivere una lettera a Videla: fu per causa di questa lettera che cominciammo a riunirci in piazza, per raccogliere le firme che inizialmente erano poche. Fu così che iniziarono le nostre manifestazioni, e quella che divenne famosa a tutti come Associazione delle madri di Plaza de Mayo.
E lì iniziò la marcia. Fummo perseguitate, arrestate, messe in galera; ogni giovedì, giorno della marcia, c’erano arresti e perquisizioni. Ci bruciarono le case, ci distrussero tutto il progetto famigliare. Lo fecero con il chiaro intento di distruggere il movimento.
Dovemmo iniziare da capo più volte, quasi nessuna voleva più scendere in piazza: cercammo di farci forza, pensando ai nostri figli, circondati da una società spaventata che guardava dall’altro lato o grossi settori di società, come la giustizia o i mezzi di comunicazione, che erano in complicità con la dittatura, altrimenti ciò non sarebbe stato possibile.
Crede ci sia stato un reale processo di giustizia per ciò che è successo?
Se è per questo in varie parti del mondo non c’è stata giustizia, non c’è stata neanche in Spagna con Franco o in Italia con Mussolini.
Noi credo che abbiamo fatto molto di più, se è per questo, nonostante la giustizia complice con il regime: adesso abbiamo un governo che ha abolito la legge di perdono e l’indulto istituita alcuni anni fa, e per questo annullamento ci sono stati alcuni processi.
Forse non abbastanza: tuttavia ci sono molti complici che non sono stati puniti, c’è tanta gente ancora libera, però alcune condanne sono state fatte. Una condanna in particolare è stata significativa: un uomo di chiesa, un sacerdote, Wolmer Mich, che fu condannato all’ergastolo. Condanna importante perché ha messo in luce anche il ruolo complice della chiesa, che in alcuni casi è stata anche coinvolta direttamente negli omicidi, e quindi anche lei se è colpevole deve essere condannata.
E speriamo che il muro di silenzio venga rotto anche nei confronti dei giornalisti complici: perché solo aprendo dei processi e condannando i responsabili, tutto questo non tornerà a ripetersi.
Lei è abituata a girare per il mondo incontrando la società civile, quale interesse riscontra in questi incontri pubblici?
Dipende dai paesi. Non c’è ovunque lo stesso interesse. Ci sono paesi la cui società civile ha accompagnato molto la lotta delle madri, tipo in Italia o in Spagna, meno magari i governi.
L’unico fu Sandro Pertini, che si rifiutò di incontrare Videla, mandando un telegramma in cui diceva che la sua presenza non era gradita.
Per noi la presenza dei gruppi d’appoggio e la solidarietà del mondo è stata molto importante per continuare a lottare, a lavorare, per permettere di dare voci alle madri; le quali parlano con una voce diversa, infatti noi facciamo politica ma una politica non legata ai partiti, abbiamo aperto nuove frontiere di lotta, abbiamo un giornale, un’università, siamo coinvolte in molti progetti sociali, abbiamo una radio, e stiamo costruendo case popolari e spazi sociali nei sobborghi più emarginati di Buenos Aires, perché credo che sia questo il cammino che avevano scelto i nostri figli.
Quindi ha ancora senso l’Associazione delle madri di Plaza de Mayo 30 anni dopo?
Se non avesse senso staremmo in casa a preparare delle torte. Certo che ha senso. Lo dobbiamo ai nostri figli, dargli vita permanentemente: noi abbiamo socializzato la morte. Al sistema capitalista gli interessa che ognuno di noi si muova da solo, che ogni madre si occupi di suo figlio. Un sistema individualista. Noi invece abbiamo condiviso la maternità, abbiamo costruito un collettivo.
Noi facciamo una lotta collettiva, tutti i desaparecidos sono passati per la stessa sorte, e tutte le famiglie hanno attraversato le stesse tragedie.
Inoltre, le madri non hanno ricevuto mai un indennizzo economico per quello che è successo, non abbiamo ritrovato il corpo dei nostri figli, tante cose qui ancora non vanno: c’è ancora tanta fame, disoccupazione, tutte cose che noi madri cerchiamo di tenere in considerazione.
Se è successa la guerra in Iraq, quello che è successo in Argentina può tornare a succedere ancora. Finché ci saranno paesi che si mettono d’accordo per fare guerre per accaparrarsi l’acqua, il petrolio o le risorse in genere, ci saranno sempre dei problemi. Io credo che il popolo debba resistere, per non cedere ad un mondo che va in un’altra direzione.






