La mobilitazione contro gli accordi di partenariato economico [Epa], che l’Unione europea vuole firmare all’inizio di dicembre prossimo, nel summit di Lisbona, con i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico [Acp], comincia ad aprire brecce nelle istituzioni. Dopo la giornata internazionale di giovedì 27 settembre, martedì 2 ottobre il senato italiano ha approvato un ordine del giorno [promosso dai senatori Martone, Mele, Del Roio e Cossutta], che impegna il governo «a una verifica e una revisione della politica commerciale dell’Unione europea, e in particolare a valutare i termini temporali di conclusione dell’accordo al fine di permettere una più accurata e partecipata considerazione delle ricadute degli Epa per i paesi Acp». E’ la formulazione che finora più si avvicina alle richieste dei movimenti sociali europei e africani impegnati nella campagna contro gli Epa. I movimenti, soprattutto quelli contadini, chiedono, come minimo, che la firma sia rinviata, almeno fino a quando non sarà completato un processo di valutazione dell’«impatto economico e sociale» degli accordi. Gli Epa sono, in realtà, dei trattati di libero scambio travestiti da «partnership», e il cuore dell’operazione è l’apertura dei mercati africani, caraibici e asiatici alle merci europee, soprattutto all’export agricolo. Con i ricchi sussidi di cui l’agro-business europeo continua a beneficiare, i prodotti del vecchio continente inonderebbero i mercati del sud del mondo causando, verosimilmente, la rovina dei sistemi di agricoltura familiare e la riorganizzazione di ciò che riesce a sopravvivere in funzione delle esportazioni verso i mercati più ricchi. Le ricadute sociali sarebbero gravissime, sia in termini di occupazione che di sicurezza alimentare per le popolazioni degli stati coinvolti negli accordi.
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