Un giudice di Bangalore, in India, ha diramato un mandato d’arresto per sette componenti dello staff della Clean Clothes Campaign [la campagna internazionale Abiti puliti] e dell’India Committee of the Netherlands, che rischiano così fino a due anni di carcere. I legali dell’azienda tessile Fribres & Fabrics international [Ffi] di Bangalore, accusata da Abiti puliti di comportamenti antisindacali, hanno chiesto al giudice, oltre all’oscuramento dei provider olandesi Antenna e Xs4all, che hanno riportato costantemente le evoluzioni della vicenda giudiziaria, anche l’arresto dei sette perché si possa essere sicuri che saranno presenti a Bangalore quando si aprirà il procedimento contro di loro.
Tutta colpa di un rapporto diffuso poco più di un anno fa da un gruppo formato da nove rappresentanti di organizzazioni della società civile indiana, che nell’aprile del 2006 avevano raccolto le testimonianze di operai della Ffi, azienda specializzata, da oltre dieci anni, nella produzione di jeans per conto di imprese occidentali, tra cui Armani. La Ffi e la sua controllata Jeans knit Pvt Ltd [Jkpl] occupano circa cinquemila persone in cinque stabilimenti.
Alle vicende poco meritevoli della Ffi e del gruppo Armani, Carta ha dedicato la copertina e un ampio dossier nel numero 7 del 2007 [http://archivio.carta.org/rivista/settimanale/2007/07/sommario.htm], provocando la reazione dei responsabili della comunicazione di Armani Spa. In una lettera pubblicata la settimana successiva, Armani ci aveva risposto dichiarando che la collaborazione con Ffi era cessata e che presto avrebbero contatto la Clean Clothes Campaign. Ma la campagna non è mai stata interpellata dalla grande firma italiana della moda, e mai è stato smentito lo sfruttamento dei lavoratori della Ffi nel corso dell’intensa collaborazione con il gruppo milanese. In quel rapporto del 2006 si parla di diverse violazioni accertate: gli abusi fisici [bastonate, schiaffi, calci] sono una regola se i lavoratori non tengono il passo con i ritmi produttivi, nelle fabbriche si vive in un’atmosfera militaresca, le norme per la sicurezza del luoghi di lavoro non sono minimamente applicate, i salari sono ridicoli, considerando che la fasi di lavorazione dei jeans sono particolarmente dure. La maggior parte degli operai, per altro, sono migranti dai villaggi rurali del Karnataka e vivono condividendo piccolissimi alloggi. Ma, soprattutto, ai lavoratori è sempre stato vietato organizzarsi per difendere i propri diritti.
«Le denunce della Clean Clothes Campaign erano riuscite ad aprire uno spiraglio di conoscenza – dice Deborah Lucchetti dell’organizzazione italiana Fair e portavoce di Clean Clothes in Italia – oltre che di speranza per i lavoratori indiani, sfruttati grazie ai subappalti delle grandi firme del tessile. Alcune delle aziende occidentali accusate di comportamenti antisindacali sono interventute per chiedere di migliorare le condizioni di lavoro degli operai, ma i cambiamenti sono stati scarsi e soprattutto nessuno ha sostenuto i progetti per l’organizzazione di un’attività sindacale vera e propria».
«Social accountability international [Sai], responsabile della certificazione sociale riconosciuta dall’Onu e nota come Sa8000 – aggiunge Deborah Lucchetti – ha confermato che si applica anche al caso Ffi/Jkpl la decisione ufficializzata il 30 aprile scorso, che sospende dai benefici della certificazione SA8000 tutte le imprese che abbiano ricevuto una’‘ingiunzione legale che vieta agli stakeholder di discutere delle attività condotte dall’impresa al suo interno’. Diverse fonti – continua Lucchetti – confermano che la certificazione Sa8000 concessa alle unità della Ffi/Jkpl è sospesa. Comunque, i termini della sospensione rimangono poco chiari. Nonostante le numerose richieste di informazioni aggiuntive, Sai non ha condiviso per ora con la Clean Clothes alcuna informazione». Per questo, i responsabili della Clean Clothes criticano la decisione di Sai di «autocensurarsi» ed esprimono «forti preoccupazioni»: è chiaro infatti che la Ffi non vuole perdere definitivamente quella certificazione.
«Ma le accuse della Ffi, sul piano legale, fanno acqua da tutte le parti – denuncia Crista de Bruin, della Clean Clothes Campaign – servono solo per metterci sotto pressione e gettare discredito su di noi». Negli ultimi mesi, la Ffi sarebbe riuscita a intimidire in diversi modi i suoi operai costringendoli di fatto a interrompere quasi completamente la comunicazione con la Clean Clothes Campaign.
Abiti Puliti, oltre ad aver informato il governo [considerando il coinvolgimento di marchi italiani], in particolare il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, sta valutando l’ipotesi di organizzare un viaggio in India per sostenere gli operai della Ffi. Intanto, dal sito www.abitipuliti.org è possibile scrivere ad Armani, RaRe e Guess, per dir loro «che il rifiuto di prendere in considerazione le violazioni avvenute presso il loro fornitore non è accettabile».






