A cinque anni di distanza dall’avvio dei negoziati tra Ue e Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, per la firma degli Accordi di partenariato economico [Ape], cominciati il 27 settembre del 2002, movimenti sociali di tutto il mondo si mobilitano per chiedere di non rendere operativi gli Epa, pensati soltanto per favorire gli interessi dei paesi del nord del mondo. In Italia la Campagna per la riforma della Banca mondiale [Crbm], Fair e Manitese, tra i promotori della rete «L’Africa non è in vendita», promuovono diverse iniziative per chiedere al parlamento italiano di dire la propria su questi accordi e colmare il deficit di democrazia che caratterizza la loro conduzione.
Questi accordi cercano di azzerare le «facilitazioni» al commercio garantite dai vecchi patti per non infrangere le regole della Wto, che prescrive che nessun paese possa avere garantite da un altro condizioni commerciali «protette». Ma «l’apertura indiscriminata dei mercati elimina ogni possibilità di sviluppo dei mercati locali e di un’offerta locale di beni e servizi, soprattutto se il livello socio-economico è così asimmetrico come nel caso Ue-Acp», ricordano quelli di Crbm.
Per questo, venerdì 28 settembre si terrà, tra le altre cose, una conferenza stampa presso la Camera dei deputati alla presenza dei parlamentari delle Commissioni esteri, agricoltura e attività produttive e con Saliou Sarr [contadino senegalese della rete dei contadini africani Roppa alla quale aderiscono quaranta milioni di agricoltori]. La campagna «L’Africa non è in vendita!», inoltre, lancerà un’azione telematica per invitare tutta la società civile ad inviare un messaggio al primo ministro protoghese José Socrates Carvalho Pinto de Sousa, il cui paese detiene la presidenza di turno della Ue [www.tradewatch.it].






